martedì 22 febbraio 2011

Indiepercui #28 - (Rolling Stone n.88 - febbraio 2011)

“Have you noticed that I never tell you anything very ‘rock’? That’s because scant little rockness ever happens to me”. Ma quanto a elegante sobrietà, caro Stuart Murdoch, resti imbattibile. In effetti nel libro The Celestial Café (pubblicato da www.pomonauk.co.uk) non racconti cose molto “rock”. La frase che ricorre più spesso è senza dubbio “sono appena tornato dalla chiesa”. A Los Angeles, dove addirittura Eva Mendes ti incontra in ascensore, si dichiara ammiratrice dei Belle & Sebastian e tu non la riconosci, il 14 agosto 2005 annoti: “è domenica mattina e mi sento in colpa perché ho saltato la Messa e la partita di calcio”. Ami stare seduto al caffè (è meno rumoroso del pub) a scrivere il tuo diario, a fare conversazione o a immaginare nuove canzoni. Ami andare a correre in qualunque città ti trovi, perfino Milano. Citi Berkeley, C.S. Lewis e W.H. Auden. Dopo un concerto a Londra, torni tardi in hotel e ti accorgi di non avere nemmeno un libro decente da leggere. Yeah, questa è la rock star che vogliamo. Quella che manda mail all’amministrazione comunale perché preoccupata che i lavori di ristrutturazione del quartiere facciano sparire i campi da bocce nel parco. Ora, quella specie di blog che hai tenuto sul sito dei B&S dal 2002 al 2006, ovvero tra la realizzazione di Dear Catastrophe Waitress e The Life Pursuit è raccolto in un volume, e anche se sarebbe stato carino inserire un elenco dei nomi alla fine, è comunque pieno di dettagli adorabili, le minuzie che mandano in visibilio i fan, tipo ogni comparsa di Isobel Campbell o scoprire che Joanne, la ragazza sulla copertina dell’album Tigermilk è la stessa nella foto della finta rivista jazz che legge Marisa sulla copertina di For Fans Only. Quante ragazze in queste tue pagine e in questi tuoi anni. E tu sempre così educato. Come in quei film di Woody Allen, pensi all’esistenza di Dio e fai la lista dei tuoi gruppi preferiti circondato da donne bellissime, tutte amiche con cui trascorrere il pomeriggio a bere pastis, in cima a una collina di Glasgow.


[tra le recensioni]

Cloud Nothings Cloud Nothings (Cooperative Music)

Lasciare lo scantinato lo-fi di casa per andarsene in un vero studio di registrazione con tanto di produttore, dopo che per un anno tutti gli hanno ripetuto quanto sia figa la sua musica, poteva anche fargli perdere la bussola. Non ha neanche vent’anni Dylan Baldi e la fiamma dell’hype poteva consumarlo in fretta come fece con il Wavves degli esordi. Invece il ragazzo di Cleveland conferma il suo talento, mostra una lucidità di scrittura a dir poco entusiasmante e a questo giro alza anche la posta. Ognuna di queste undici canzoni vuole suonare più veloce e più aggressiva della precedente. Ogni riff e ogni ritornello si scagliano fino all’ultima goccia di energia uno dopo l’altro. Apre l’attacco garage melodico di Understand At All ma c’è molto altro. Si va dall’indie rock più rumoroso di You’re Not Good At Anything, con la sua ruvidezza tutta Nirvana, alle piroette euforiche tipo They Might Be Giants di Nothing’s Wrong, passando per la doppietta centrale Heartbeat / Rock (meno di tre minuti in tutto) che farà venire un infarto a chi amava gli Strokes da vivi. Notevole: rivelazione e conferma in un colpo solo.


Le Corps Mince de Francoise – Love and Nature (Cooperative Music)

Ti piace il pop plastico Anni Novanta di quando eri ragazzina ma vuoi darti un tono Tom Tom Club? Vorresti scrivere inni electro da settimana della moda tipo le Chicks On Speed ma con quel tocco hit commerciale Yelle che non guasta mai? Ok, comprensibile, Cool and Bored è un buon tentativo di ricatto morale. Ma le decisioni da prendere sono troppe e alla fine in questo nuovo album del duo finlandese si sente la mancanza di un po’ di spessore e passione. Queste cose le fa meglio Tender Forever e può coinvolgerti fino alle lacrime. Qui abbiamo Future Me che sembra la sigla del Principe di Bel Air e pur con tutta la simpatia non lo conterei come pregio.


Orange Juice – Coals to Newcastle (Domino)

Una volta Paul Morley definì gli Orange Juice “the musical equivalent of a fanzine. [...] They knew what was great, and could incorporate it into their pop, but they never transcended those borrowings to be as great as themselves”. A sua volta, per via di quei ricorsi ironici della storia del rock, anche la band di Glasgow è diventata un pezzo di passato da cui hanno preso a prestito in tanti (Franz Ferdinand e Belle and Sebastian, per citare due nomi dei più noti e più fortunati), a volte fraintendendo (l’indiepop che lascia cadere le influenze Motown e disco presenti nel suono degli OJ, importanti quanto quelle di Velvet Underground, Byrds, Television e Jonathan Richman), altre volte prolungando il mito del “Sound of Young Scoltland” (Pastels, Vaselines, Teenage Fanclub). Nacquero come bizzarra risposta sia alla sterilità del tardo punk che al conformismo militante del post-punk, e crearono uno stile elegante e sofisticato, capace di fondere chitarre nervose con ritmi funky e incursioni elettroniche. Suona banale ribadirlo, ma è ancora vero: l’indie rock come lo abbiamo conosciuto non sarebbe esistito senza gli Orange Juice.

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