Scaricare un disco taggato male è un po’ come comprare un vinile graffiato. Ovviamente la differenza sta nel poter rimediare, con un poco di Google, di pazienza e di copia-incolla, a ogni errore di catalogazione, vero peccato mortale per ogni indie kid. Può capitare così di ritrovarsi a passare più tempo inserendo dati corretti che non ad ascoltare le canzoni. Ma il piacere perduto dell’ascolto viene poi compensato dalla soddisfazione dell’accuratezza, consolante antidoto all’horror vacui 2.0. È a questo punto che Rob Horning, in un brillante articolo su PopMatters, riesce a mettere assieme Girl Talk e Baudrillard: “The music becomes more like information, requiring less of a sensual surrender. Girl Talk seems emblematic of music created to suit this new aesthetic; classifying the samples becomes inseparable from the pleasures of listening to it”. Tale processo, illustra Horning, si rispecchia in ciò che è diventata la pornografia all’epoca di internet: al desiderio si sostituisce via via quella che definisce “pulsione tassonomica”, il saltare di continuo da un oggetto a quello successivo, senza più un vero obiettivo o fine. Accumulare, classificare, conservare una quantità di musica, come se questa ci potesse poi un giorno tornare utile, in quel vago e remoto futuro (il momento dell’autenticità, dell’esperienza “vera”) nel quale finalmente avremo il tempo di ascoltare e godere. Per esempio, anche se non li sfioreremo mai nemmeno con il mouse, è di fondamentale importanza avere salvato da qualche parte tutti e quattro i ponderosi volumi di Bedroom Databank, messi fuori in free downlaod uno dopo l’altro nel giro di pochi giorni da Brandon Cox (Deerhunter) sotto il nome Atlas Sound, e in seguito oggetto di un buffo tira e molla con la Sony che ha cominciato a levare i file dalla Rete di propria iniziativa. Ma noi, cara major, quei file li pretendiamo, ci servono! Mica li dobbiamo ascoltare: è solo per averli tutti.[tra le recensioni]
Vic Godard and Subway Sect - We Come As Aliens (Overground Records)
Viviamo un’epoca davvero strana: travolti dalla corrente delle novità, spesso scambiamo relitti per terra ferma e agili nuotatori per naufraghi. Vic Godard è una voce importante sulla Wikipedia del Punk, ma le canzoni di We Come As Aliens (nonostante alla batteria sieda Paul Cook dei Sex Pistols) non lucrano sul revival. Del punk restano l’energia e l’urgenza, mentre la forma si avvicina più a certe hit Northern Soul o al pop sghembo e aggressivo di TV Personalities o Comet Gain, e c’è anche una bella cover di Francoise Hardy. Peccato per la tremenda copertina, ma questo è il primo album di Godard dal 2002, spero non tocchi aspettare altri otto anni.Girls - Broken Dreams Club EP (True Panther / Matador)
Quello che ancora può fare il rock’n’roll: lasciarti con gli occhi appannati per la storia di una ragazzina che non sa come dichiarare il proprio amore. Nel 2010. Con la sezione di fiati nel ritornello che entra e piega le ginocchia, mentre la voce di Christoper Owens sale su una nota roca e l’intera canzone ti invade la stanza, ti abbraccia e ti dice che va tutto bene. Non c’è ironia, l’elegante scrittura dei Girls continua a maturare e va sempre più nella direzione del Classico. Sei canzoni che la band di San Francisco ha voluto creare “senza tempo”. Broken Dreams Club è semplicemente, come hanno dichiarato in una lettera ai fan, “a record from our hearts to yours”.[breaking]
Come due coccodrilli
Se pubblicate un buon disco d’esordio ispirato in gran parte ai Jesus and Mary Chain nell’anno in cui tirano di brutto i suoni sporchi, la bassa fedeltà e un certo modo tutto slabbrato di buttare via le canzoni, state pur sicuri che riviste, blog e webzine saranno dalla vostra parte. Tutto sommato, questo è stato il destino di Summer of Hate, il debutto dei Crocodiles nel 2009. Il live sembrava ancora un po’ barcollante e senza direzione? Avranno tempo per crescere, si dice sempre così, un po’ per sincera generosità ed entusiasmo, un po’ per paura di perdere il treno dell’hype.Poi crescete per davvero, e al disco successivo provate a fare qualcosa di più: da una parte volete sposare le influenze Spectoriane con i vostri nuovi ascolti sofisticati kraut (quasi un rito di passaggio, con tutti quegli organi vintage e acidi), e dall’altra dilatarle, renderle ancora più pompose e solenni, aspettando solo che qualcuno scriva “arena rock”. Per essere sicuri di raggiungere il vostro obiettivo chiamate un produttore che finora ha sbagliato pochi passi: quel James Ford dei Simian Mobile Disco già dietro ai lavori di Arctic Monkeys, Florence and the Machine, Klaxons e Last Shadow Puppets. Arriviamo quindi al nuovo Sleep Forever ed ecco che, puntuali come una compilation di cover a Natale, vi piovono addosso le più amare critiche: tutti pronti a scrivere che l’ambizione ha schiacciato la vostra creatività, che avete dissipato il vostro potenziale inseguendo suoni troppo ripuliti e sgargianti, che il risultato è prolisso, noiosamente già sentito (con conseguente name-dropping di Spitirualized, Echo and the Bunnymen e band a caso provenienti dalla Manchester di fine Anni Ottanta).
Cari Crocodiles, non ci potete fare nulla, è l’ecosistema indie di oggi, il necessario tasso di cambio sul mercato hipster. Potevate continuare a suonare mezze cover di J&MC e avrebbero detto che vi stavate ripetendo; avete cambiato (neanche di tanto) la formula e ora raggiungete sufficienze risicate nelle recensioni. Meglio allora tirare avanti per la propria strada, qualcosa di buono verrà fuori. Per esempio, il bel singolo Hearts of Love: riff elementare, fuzz a manetta, il contrappunto di un glockenspiel e una melodia euforica che esplode nel grido “When I die / When I disappear / Leave my bones behind”. Sì, avevate ragione: “arena rock”.
D’altra parte, come mette in chiaro il chitarrista Charles Rowland, “quello è il lavoro dei critici. Non conosco band che decidano a tavolino a quale genere appartenere, mettendosi lì a pensare gli aggettivi più adatti per la propria musica”. Il cantante Brandon Welchez però confessa: “in effetti avevamo un po’ il timore che la produzione di James Ford potesse ripulire troppo il nostro suono, ma alla fine ha fatto un ottimo lavoro mantenendolo ruvido e d’impatto”. “Il disco è ancora abrasivo e punk” ribadisce Rowland, “ma è anche più maestoso, potente, psichedelico. È più organico”. “Credo che nei nostri tempi iper-accelerati le persone tendano a concentrarsi soltanto su poche canzoni”, dice Welchez, “ma noi eravamo più interessati a creare un album coeso, che funzionasse nel suo complesso. Un album vero e proprio ha bisogno di spazio per distendersi, e dentro questo spazio ogni canzone è importante”.
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