Ammettilo: con tutto quel che potresti fare (fare, non scaricare), stai ancora a preoccuparti se quello che ti piace è abbastanza indie (ma sì, continuiamo pure a usare questa parola, così, per dispetto). Ti trovi stretto alle corde tra l'unità di misura del tempo (“non ne ha ancora parlato nessuno”) e quella dello spazio (“ormai si sente davvero ovunque”). Perché una cosa curiosa accaduta negli ultimi anni nella nostra piccola scena musicale è il modo in cui, pur avendo toccato con mano che è possibile scavalcare certi modelli economici, nondimeno un'etica romantica di appartenenza, indipendenza, primato e purezza sembra avere ancora notevole presa. Ma se c'è una cosa che il decennio appena trascorso ci ha mostrato è come tutta questa posa diventerà via via insostenibile. Lo vedi già oggi nei ragazzini veloci che si vestono quasi volessero diventare copertine dei Bauhaus e portano capelli sparati alla Kid'n'Play (sempre meglio della voga Christopher Owen dei Girls, intravista fugacemente nei mesi passati e che si spera non duri). La frammentazione, proliferazione e saturazione delle nicchie di stili e suoni non sembra arrestarsi, e ormai le band finiscono per rivolgersi a un pubblico composto spesso soltanto da complici, addetti ai lavori, promotori e gente che si sente a vario titolo coinvolta (“voglio il pass stampa perché ho un blog”). La scena parla sempre di più a/per sé stessa. E le semplificazioni in dolcevita tipo l'idea di “underground VS mainstream” mettono ancora radici ma non danno più frutti. Potremmo per favore passare alla fase storica successiva all'indie? Poi, per via della foto qui sotto, prima della fine del pezzo devo aggiungere anche una segnalazione musicale: questo mese esce Causers Of This, consigliatissimo album di debutto di Toro Y Moi, progetto dell'eclettico Chaz Bundick, capace di mescolare senza inibizioni elettronica, R'n'B, psichedelica e, uhm, indiepop. Proprio l'ideale per mandare all'aria tutte le nicchie.[tra le recensioni]
Spoon - Transference (Anti / Merge Records)
Nonostante Britt Daniel e soci questa volta si producano da soli e raccontino che hanno voluto lasciare ai suoni di Transference un'impronta di non finitezza, una certa aria da “live in studio”, bisogna ammettere che quindici anni di carriera non sono affatto passati invano, e giunti al settimo album ormai si sa cosa aspettarsi dalla band di Austin. Ovvio, ascoltando pezzi come il singolo Written In Reverse o la scalpitante Troubles Come Running (che ripete la gioia di una indimenticabile Sister Jack) si può anche esclamare “per fortuna!”. Tralasciando un paio di momenti più stanchi (Goodnight Laura), sono certi riff stonesiani che coinvolgono dal primo ascolto, e certi tempi medi (Out Go the Lights) che gli Spoon piegano al loro stile suadente, da rock maturo, a farci amare ancora di più una delle più solide band indie rock di questi anni.Owen Pallett - Heartland (Domino)
Nel recente romanzo Generation A, Douglas Coupland insiste molto sull'idea che la maggior parte della gente abbia bisogno di immaginare la propria vita come una storia per poter tollerare di viverla. A lungo andare, però, si correrebbe un rischio, quello di diventare incapaci di immaginare storie diverse, e quindi altri modi di dare un ordine al mondo. Il cantautore Owen Pallett, guarda caso canadese proprio come Coupland, nel primo album a suo nome dopo l'abbandono del marchio Final Fantasy riesce a coniugare una vicenda del tutto personale, il nascere e morire di una storia d'amore, con la creazione di un universo poetico potente e sofisticato. Tutto si gioca sullo slittamento del punto di vista: le parole passano attraverso l'oggetto amato (“I've been in love with Owen”) e alla fine il personaggio si divincola dalle mani del suo stesso autore (“The author has been removed”). Pallett ci aveva abituati a narrazioni che mescolano piani diversi, da saghe di videogiochi di ruolo giapponesi a riferimenti musicali colti come Bartók e la tradizione celtica. Questa volta sfrutta un'intera orchestra, la Filarmonica di Praga “suonata come un vecchio synth modulare”, per raggiungere una densità visionaria di grande effetto emotivo. Riferimento principale restano i voli pindarici dei Beach Boys più orchestrali, ma l'innesto discreto dell'elettronica aiuta a non far perdere di vista una bella immediatezza pop: Lewis Take Off His Shirt ricorda molto Loney Dear, e dentro Tryst with Mephistopheles riecheggiano i sodali Hidden Cameras. Heartland non manca di pretenziosità, ma l'ambizione di raccontare bene una storia vince il narcisismo.
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