martedì 1 dicembre 2009

Indiepercui #14 - (Rolling Stone n.74 - dicembre 2009)

Giusto in tempo per i regali di Natale, la Rough Trade pubblica una nuova compilation della sua serie “Shops” tutta dedicata all'indiepop. Cinque anni dopo il doppio Volume 1, che poteva vantare un ricco apparato critico, con contributi di Everett True e Alistair Fitchett, e una grafica filologica da urlo, questa nuova raccolta si riduce a un solo cd (“to reflect the financial restrictions that the current recession dictates”: WTF?) e non si occupa di ripercorrere la storia del genere (bravi! Basta con il C86!), se non nella nostalgica e un po' stucchevole intro di Delia Sparrow. La nuova tracklist riflette lo stato dell'arte dell'indiepop degli ultimi anni, se non addirittura mesi, includendo band di cui ci siamo occupati anche in questa rubrica, tra cui Pains Of Being Pure At Heart, Los Campesinos! e Love Is All. Forse alcuni puristi del genere (ok, l'indiepop è già un genere quasi unicamente “per puristi”) storceranno il naso per come Rough Trade Shops Indiepop 2009 ritrae una scena che sembra influenzata per la maggior parte dalla "bassa fedeltà" e da un approccio piuttosto garage e punk (o almeno molto più di quanto si tenda a considerare il twee, tutto fiorellini e battimani) ma l'insieme funziona alla grande. La riflessione da fare però è un'altra: oggi, ancora meno rispetto al 2004 (un secolo fa, nell'era di internet), non è chiaro quanto il pubblico avverta il reale bisogno dell'organizzazione sistematica di un genere come questo. Se c'è una cosa che gode di ottima salute, da quando è il mercato discografico sta agonizzando, è proprio il fiorire di nuove etichette e sottoetichette per definire l'indie e i suoi figli. Molti di questi gruppi finora hanno stampato una manciata di dischi, vinili a tiratura limitata, a volte solo release digitali: basteranno ad esprimere “lo spirito di un'epoca”? Al tempo stesso, tutti, anche i più oscuri, sono facilmente reperibili in Rete, tra blog e download sui siti delle stesse etichette. Il nostro indiepop da “volume 2” ha abbandonato o perduto la sua aura di esclusività e leggenda in bianco e nero: viva l'indiepop!


[tra le recensioni]

The Feelies - Crazy Rhythms (Domino / Bar None)

Quelli che oggi hanno meno di trent'anni forse hanno sentito nominare qualche volta i Feelies soltanto all'epoca del debutto degli Strokes, e non darei per scontato che si capisse tanto bene il perché. Non ci sono appigli facili qui, tranne forse la celebre (?) Fa-Ce-La. In compenso c'è per intero quella New York ormai da sussidiario della fine dei Settanta: un suono nevrotico, brusco, anfetaminico, tempestato di percussioni (magnifica la title-track). La sottile linea rovente che scende da Stooges e Velvet Underground, incontra i Television e si rovescia nei Talking Heads. Un'urgenza che scalcia e preme, ma la cui secca precisione salva la musica dei Feelies dal farsi troppo introversa. Le corde delle chitarre, nude e fredde, un ritmo che non si dà pace e una voce che scoppia dall'ansia di non lasciarsi andare nemmeno per un istante (la confusione dei cori in Forces at Work). Crazy Rhythms è un disco piccolo ma ostinato, e che con ostinazione è rimasto conficcato nel suo tempo riuscendo a suonare con fenomenale forza ancora oggi, come questa necessaria ristampa (con le note curate da Jim DeRogatis) testimonia alla perfezione.

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