martedì 22 febbraio 2011

Indiepercui #28 - (Rolling Stone n.88 - febbraio 2011)

“Have you noticed that I never tell you anything very ‘rock’? That’s because scant little rockness ever happens to me”. Ma quanto a elegante sobrietà, caro Stuart Murdoch, resti imbattibile. In effetti nel libro The Celestial Café (pubblicato da www.pomonauk.co.uk) non racconti cose molto “rock”. La frase che ricorre più spesso è senza dubbio “sono appena tornato dalla chiesa”. A Los Angeles, dove addirittura Eva Mendes ti incontra in ascensore, si dichiara ammiratrice dei Belle & Sebastian e tu non la riconosci, il 14 agosto 2005 annoti: “è domenica mattina e mi sento in colpa perché ho saltato la Messa e la partita di calcio”. Ami stare seduto al caffè (è meno rumoroso del pub) a scrivere il tuo diario, a fare conversazione o a immaginare nuove canzoni. Ami andare a correre in qualunque città ti trovi, perfino Milano. Citi Berkeley, C.S. Lewis e W.H. Auden. Dopo un concerto a Londra, torni tardi in hotel e ti accorgi di non avere nemmeno un libro decente da leggere. Yeah, questa è la rock star che vogliamo. Quella che manda mail all’amministrazione comunale perché preoccupata che i lavori di ristrutturazione del quartiere facciano sparire i campi da bocce nel parco. Ora, quella specie di blog che hai tenuto sul sito dei B&S dal 2002 al 2006, ovvero tra la realizzazione di Dear Catastrophe Waitress e The Life Pursuit è raccolto in un volume, e anche se sarebbe stato carino inserire un elenco dei nomi alla fine, è comunque pieno di dettagli adorabili, le minuzie che mandano in visibilio i fan, tipo ogni comparsa di Isobel Campbell o scoprire che Joanne, la ragazza sulla copertina dell’album Tigermilk è la stessa nella foto della finta rivista jazz che legge Marisa sulla copertina di For Fans Only. Quante ragazze in queste tue pagine e in questi tuoi anni. E tu sempre così educato. Come in quei film di Woody Allen, pensi all’esistenza di Dio e fai la lista dei tuoi gruppi preferiti circondato da donne bellissime, tutte amiche con cui trascorrere il pomeriggio a bere pastis, in cima a una collina di Glasgow.


[tra le recensioni]

Cloud Nothings Cloud Nothings (Cooperative Music)

Lasciare lo scantinato lo-fi di casa per andarsene in un vero studio di registrazione con tanto di produttore, dopo che per un anno tutti gli hanno ripetuto quanto sia figa la sua musica, poteva anche fargli perdere la bussola. Non ha neanche vent’anni Dylan Baldi e la fiamma dell’hype poteva consumarlo in fretta come fece con il Wavves degli esordi. Invece il ragazzo di Cleveland conferma il suo talento, mostra una lucidità di scrittura a dir poco entusiasmante e a questo giro alza anche la posta. Ognuna di queste undici canzoni vuole suonare più veloce e più aggressiva della precedente. Ogni riff e ogni ritornello si scagliano fino all’ultima goccia di energia uno dopo l’altro. Apre l’attacco garage melodico di Understand At All ma c’è molto altro. Si va dall’indie rock più rumoroso di You’re Not Good At Anything, con la sua ruvidezza tutta Nirvana, alle piroette euforiche tipo They Might Be Giants di Nothing’s Wrong, passando per la doppietta centrale Heartbeat / Rock (meno di tre minuti in tutto) che farà venire un infarto a chi amava gli Strokes da vivi. Notevole: rivelazione e conferma in un colpo solo.


Le Corps Mince de Francoise – Love and Nature (Cooperative Music)

Ti piace il pop plastico Anni Novanta di quando eri ragazzina ma vuoi darti un tono Tom Tom Club? Vorresti scrivere inni electro da settimana della moda tipo le Chicks On Speed ma con quel tocco hit commerciale Yelle che non guasta mai? Ok, comprensibile, Cool and Bored è un buon tentativo di ricatto morale. Ma le decisioni da prendere sono troppe e alla fine in questo nuovo album del duo finlandese si sente la mancanza di un po’ di spessore e passione. Queste cose le fa meglio Tender Forever e può coinvolgerti fino alle lacrime. Qui abbiamo Future Me che sembra la sigla del Principe di Bel Air e pur con tutta la simpatia non lo conterei come pregio.


Orange Juice – Coals to Newcastle (Domino)

Una volta Paul Morley definì gli Orange Juice “the musical equivalent of a fanzine. [...] They knew what was great, and could incorporate it into their pop, but they never transcended those borrowings to be as great as themselves”. A sua volta, per via di quei ricorsi ironici della storia del rock, anche la band di Glasgow è diventata un pezzo di passato da cui hanno preso a prestito in tanti (Franz Ferdinand e Belle and Sebastian, per citare due nomi dei più noti e più fortunati), a volte fraintendendo (l’indiepop che lascia cadere le influenze Motown e disco presenti nel suono degli OJ, importanti quanto quelle di Velvet Underground, Byrds, Television e Jonathan Richman), altre volte prolungando il mito del “Sound of Young Scoltland” (Pastels, Vaselines, Teenage Fanclub). Nacquero come bizzarra risposta sia alla sterilità del tardo punk che al conformismo militante del post-punk, e crearono uno stile elegante e sofisticato, capace di fondere chitarre nervose con ritmi funky e incursioni elettroniche. Suona banale ribadirlo, ma è ancora vero: l’indie rock come lo abbiamo conosciuto non sarebbe esistito senza gli Orange Juice.

Indiepercui #27 - (Rolling Stone n.87 - gennaio 2011)

Scaricare un disco taggato male è un po’ come comprare un vinile graffiato. Ovviamente la differenza sta nel poter rimediare, con un poco di Google, di pazienza e di copia-incolla, a ogni errore di catalogazione, vero peccato mortale per ogni indie kid. Può capitare così di ritrovarsi a passare più tempo inserendo dati corretti che non ad ascoltare le canzoni. Ma il piacere perduto dell’ascolto viene poi compensato dalla soddisfazione dell’accuratezza, consolante antidoto all’horror vacui 2.0. È a questo punto che Rob Horning, in un brillante articolo su PopMatters, riesce a mettere assieme Girl Talk e Baudrillard: “The music becomes more like information, requiring less of a sensual surrender. Girl Talk seems emblematic of music created to suit this new aesthetic; classifying the samples becomes inseparable from the pleasures of listening to it”. Tale processo, illustra Horning, si rispecchia in ciò che è diventata la pornografia all’epoca di internet: al desiderio si sostituisce via via quella che definisce “pulsione tassonomica”, il saltare di continuo da un oggetto a quello successivo, senza più un vero obiettivo o fine. Accumulare, classificare, conservare una quantità di musica, come se questa ci potesse poi un giorno tornare utile, in quel vago e remoto futuro (il momento dell’autenticità, dell’esperienza “vera”) nel quale finalmente avremo il tempo di ascoltare e godere. Per esempio, anche se non li sfioreremo mai nemmeno con il mouse, è di fondamentale importanza avere salvato da qualche parte tutti e quattro i ponderosi volumi di Bedroom Databank, messi fuori in free downlaod uno dopo l’altro nel giro di pochi giorni da Brandon Cox (Deerhunter) sotto il nome Atlas Sound, e in seguito oggetto di un buffo tira e molla con la Sony che ha cominciato a levare i file dalla Rete di propria iniziativa. Ma noi, cara major, quei file li pretendiamo, ci servono! Mica li dobbiamo ascoltare: è solo per averli tutti.


[tra le recensioni]

Vic Godard and Subway Sect - We Come As Aliens (Overground Records)

Viviamo un’epoca davvero strana: travolti dalla corrente delle novità, spesso scambiamo relitti per terra ferma e agili nuotatori per naufraghi. Vic Godard è una voce importante sulla Wikipedia del Punk, ma le canzoni di We Come As Aliens (nonostante alla batteria sieda Paul Cook dei Sex Pistols) non lucrano sul revival. Del punk restano l’energia e l’urgenza, mentre la forma si avvicina più a certe hit Northern Soul o al pop sghembo e aggressivo di TV Personalities o Comet Gain, e c’è anche una bella cover di Francoise Hardy. Peccato per la tremenda copertina, ma questo è il primo album di Godard dal 2002, spero non tocchi aspettare altri otto anni.



Girls - Broken Dreams Club EP (True Panther / Matador)

Quello che ancora può fare il rock’n’roll: lasciarti con gli occhi appannati per la storia di una ragazzina che non sa come dichiarare il proprio amore. Nel 2010. Con la sezione di fiati nel ritornello che entra e piega le ginocchia, mentre la voce di Christoper Owens sale su una nota roca e l’intera canzone ti invade la stanza, ti abbraccia e ti dice che va tutto bene. Non c’è ironia, l’elegante scrittura dei Girls continua a maturare e va sempre più nella direzione del Classico. Sei canzoni che la band di San Francisco ha voluto creare “senza tempo”. Broken Dreams Club è semplicemente, come hanno dichiarato in una lettera ai fan, “a record from our hearts to yours”.


[breaking]

Come due coccodrilli

Se pubblicate un buon disco d’esordio ispirato in gran parte ai Jesus and Mary Chain nell’anno in cui tirano di brutto i suoni sporchi, la bassa fedeltà e un certo modo tutto slabbrato di buttare via le canzoni, state pur sicuri che riviste, blog e webzine saranno dalla vostra parte. Tutto sommato, questo è stato il destino di Summer of Hate, il debutto dei Crocodiles nel 2009. Il live sembrava ancora un po’ barcollante e senza direzione? Avranno tempo per crescere, si dice sempre così, un po’ per sincera generosità ed entusiasmo, un po’ per paura di perdere il treno dell’hype.
Poi crescete per davvero, e al disco successivo provate a fare qualcosa di più: da una parte volete sposare le influenze Spectoriane con i vostri nuovi ascolti sofisticati kraut (quasi un rito di passaggio, con tutti quegli organi vintage e acidi), e dall’altra dilatarle, renderle ancora più pompose e solenni, aspettando solo che qualcuno scriva “arena rock”. Per essere sicuri di raggiungere il vostro obiettivo chiamate un produttore che finora ha sbagliato pochi passi: quel James Ford dei Simian Mobile Disco già dietro ai lavori di Arctic Monkeys, Florence and the Machine, Klaxons e Last Shadow Puppets. Arriviamo quindi al nuovo Sleep Forever ed ecco che, puntuali come una compilation di cover a Natale, vi piovono addosso le più amare critiche: tutti pronti a scrivere che l’ambizione ha schiacciato la vostra creatività, che avete dissipato il vostro potenziale inseguendo suoni troppo ripuliti e sgargianti, che il risultato è prolisso, noiosamente già sentito (con conseguente name-dropping di Spitirualized, Echo and the Bunnymen e band a caso provenienti dalla Manchester di fine Anni Ottanta).
Cari Crocodiles, non ci potete fare nulla, è l’ecosistema indie di oggi, il necessario tasso di cambio sul mercato hipster. Potevate continuare a suonare mezze cover di J&MC e avrebbero detto che vi stavate ripetendo; avete cambiato (neanche di tanto) la formula e ora raggiungete sufficienze risicate nelle recensioni. Meglio allora tirare avanti per la propria strada, qualcosa di buono verrà fuori. Per esempio, il bel singolo Hearts of Love: riff elementare, fuzz a manetta, il contrappunto di un glockenspiel e una melodia euforica che esplode nel grido “When I die / When I disappear / Leave my bones behind”. Sì, avevate ragione: “arena rock”.
D’altra parte, come mette in chiaro il chitarrista Charles Rowland, “quello è il lavoro dei critici. Non conosco band che decidano a tavolino a quale genere appartenere, mettendosi lì a pensare gli aggettivi più adatti per la propria musica”. Il cantante Brandon Welchez però confessa: “in effetti avevamo un po’ il timore che la produzione di James Ford potesse ripulire troppo il nostro suono, ma alla fine ha fatto un ottimo lavoro mantenendolo ruvido e d’impatto”. “Il disco è ancora abrasivo e punk” ribadisce Rowland, “ma è anche più maestoso, potente, psichedelico. È più organico”. “Credo che nei nostri tempi iper-accelerati le persone tendano a concentrarsi soltanto su poche canzoni”, dice Welchez, “ma noi eravamo più interessati a creare un album coeso, che funzionasse nel suo complesso. Un album vero e proprio ha bisogno di spazio per distendersi, e dentro questo spazio ogni canzone è importante”.

Indiepercui #26 - (Rolling Stone n.86 - dicembre 2010)

«Le major non esercitano più il potere come in passato. Ma, ancora più significativamente, non credo che la musica sia più vista come qualcosa di corruttibile - non ci riferiamo più ad essa come arte. "Arte" e "contenuti" sono entrambi maniere di intenderla, e la musica non è "arte" a meno che noi non decidiamo di entrare in contatto con essa in quanto tale». Noioso, vero? Eppure parla anche di voi lì fuori, con un orecchio ai vostri iPod e un occhio agli aggiornamenti degli status dei vostri amici. Cosa state ascoltando, se ve lo ricordate? Qualcosa che vi piace, qualcosa che sta bene con il vostro umore, qualcosa a cui volete dare giusto una controllata per poterne parlare e/o lasciare un commento? Matt LeMay sul blog MBV racconta la fase che stiamo vivendo riassumendola nel titolo “Living in the Age of Art vs Content”. La musica conta soltanto quello che può portare al nostro personale brand, o a quello di qualche multinazionale, vedi lo studio di registrazione aperto recentemente dalla, uhm, Converse. Possibili effetti collaterali: la sete di novità tende a non placarsi; l’avvicendarsi di band, hype e fenomeni a volte scivola nel ridicolo; amnesie; perdita di senso critico. Possibili rimedi: fare pulizia nei nostri feed reader non basterà. Che la risposta sia nella musica? Uno dei più interessanti “piccoli” dischi di puro indie rock di questa ultima parte dell’anno è stato quello degli Eternal Summers. Nicole Yun e Daniel Cundiff, dalla contea di Roanoke, Virginia, chitarra, batteria e le voci a rincorrersi tra le canzoni, hanno debuttato su Kanine Records con Silver, un album che sembra un caro vecchio nastrone. Ci sono i pezzi post-punk alla Life Without Buildings, c’è il pezzo rubacuori alla Adam Green, c’è la ballata vintage alla Best Coast, c’è il surf scatenato e c’è il lentone da candele in camera da letto. Insomma, un disco che va in mille direzioni diverse, si diverte molto e riesce a restare sempre un passo avanti al nostro tasto skip.


[tra le recensioni]

Arab Strap - The Week Never Starts Round Here (Special edition) – (Chemikal Underground)


Se si dovesse giudicare il valore di una band dalla quantità di epigoni, eredi presunti e dichiarati, o dal numero di citazioni come “principale influenza” da parte dei successori, allora il posto occupato dagli Arab Strap nella storia del rock sarebbe piuttosto defilato. Il suono messo a punto da Aidan Moffat (testi e voce) e Malcolm Middleton (tutto il resto) nella sua nuda essenza, cruda e claustrofobica, composta da chitarre acustiche, calde ma quasi mai davvero delicate, improvvise raffiche elettriche e oscure, ritmiche secche di batterie elettroniche e strutture indefinite, resta ancora oggi un caso abbastanza unico, soprattutto se visto in rapporto all’importanza che la band ha avuto per oltre un decennio nella scena scozzese e britannica. La chiave di (quasi) tutto è nella dura prosa di Moffat, imperniata su confessioni a cuore aperto che non tralasciano nessun aspetto, nemmeno il più sordido, delle storie d’amore, vere o immaginate. Amori come relitti che affiorano tra fiumi di alcol, tempo sprecato e una stremata ossessione per il sesso. Ma soprattutto, è la maniera di “cantare” di Moffat, un parlato dal forte accento scozzese che non recita né tenta di piacere in alcun modo, a caratterizzare il fascino introverso e ruvido delle canzoni degli Arab Strap. L’esempio più classico è il loro primo singolo, il manifesto The First Big Weekend, del 1996: l’asciutta cronaca di una concitata serie di giorni e notti spesi tra bevute, maldestri approcci con ragazze, amici che vanno e vengono, partite di calcio alla tv, una puntata dei Simpsons che fa venire le lacrime, locali pieni dove ballare insieme a sconosciute e divani a casa di qualcuno dove perdere conoscenza. "Went out for the weekend, it lasted forever / got high with our friends: it's officially summer" proclama quella specie di ritornello deforme, epocale e capace come pochi di rendere sottile, quasi trasparente il confine tra euforia e disperazione. Middleton accentua lo straniamento costruendo una progressione di pochi accordi e incastrandoli su un beat disco elementare ma incalzante. Il risultato è micidiale ancora oggi. Negli anni successivi, la musica degli Arab Strap ricerca via via una maggiore complessità, e Moffat evolve i suoi monologhi verso una forma di cantato più usuale, per quanto inconfondibile. Ma The Week Never Starts Round Here, con i suoi spigoli e la sua voluta asprezza, fotografa alla perfezione una band che ha appena scolpito la sua spietata idea di musica. In questa ottima ristampa deluxe, bonus disc con una Peel Session che vede gli Arab Strap accompagnati da alcuni Belle & Sebastian, più la registrazione del loro concerto di debutto.

Indiepercui #25 - (Rolling Stone n.85 - novembre 2010)

Quando leggerete queste righe, in molte redazioni sarà quasi pronta la temibile Classifica dei Dischi di Fine Anno, e in altre addirittura si staranno compilando già i primi articoli sui trend del 2011, stilando elenchi di band “da tenere d’occhio” e di dischi invariabilmente “attesissimi”. Ma avete mai provato a rileggere tutte quelle pagine e quei post appena qualche mese dopo? Dove sono finite tutte le “Best New Bands of 2010” collezionate da NME? O i nomi inclusi nel “BBC Sound of 2010”? O tutte le “band to watch” di Stereogum? Ne sanno qualcosa i Klaxons, un tempo alfieri del “nu rave” (ma è esistito davvero qualcosa chiamato a quel modo?) e quest’anno decisamente trascurati con il loro secondo album Surfing the Void. Qualche settimana fa il quotidiano britannico Indipendent provava a ripercorrere alcuni di quei nomi celebrati e già dimenticati nel volgere di una stagione, una tristezza senza fine: Delphic, Egyptian Hip Hop, Perfume Genius, tanto per citare quelli di cui ancora serbiamo qualche ricordo. E invece Ellie Goulding, We Were Promised Jetpacks, Daisy Dares You... che fine hanno fatto? “L’intero ciclo è ormai troppo veloce", ha dichiarato Simon Halliday della storica label 4AD. “Le varie testate, i blog e le radio stanno cercando in continuazione di essere le prime a scoprire qualcosa. Siamo arrivati al punto che le riviste mainstream pubblicano playlist in anticipo, basandosi su materiali che in realtà sono ancora soltanto demo. In questa situazione diventa difficile per il pubblico concentrarsi su qualche artista o qualche band, e lo è ancora di più per una casa discografica”. Un insaziabile “arrivare primi”, causa ed effetto dell’eterno presente dell’indie, che diventa valore fine a sé stesso, per il quale di rado si concede un secondo ascolto, approfondito nel tempo, dato che si è già occupati a inseguire nomi sempre nuovi. In questo senso la piattezza di Facebook (senza memoria ma in continuo movimento) è uno specchio perfetto dell’epoca.


[tra le recensioni]

Belle and Sebastian – Write About Love - (Matador)

Con i Belle and Sebastian va sempre così: ad ogni nuovo album la prima impressione è che siano invecchiati e che la magia del loro tocco sia ormai impallidita. Forse questa volta c’è un po’ di vero: certi incantesimi funzionavano meglio quando si era più giovani, noi e loro. In fondo, l’unica colpa della band scozzese è quella di averci abituati troppo bene, oltre a quella di essere stati capaci di ritagliarsi un posto importante troppo vicino al nostro cuore. D’altra parte, almeno negli ultimi lavori, avevano mostrato un maggiore coraggio, elemento che pur con tutto l’affetto del mondo non si può indicare tra i punti a favore di questo Write About Love. Troviamo ancora l’inarrivabile eleganza di canzoni come I Want The World To Stop, beat incalzante e fiati tirati a lucido, o l’irresistibile divertissement Sixties di I'm Not Living In The Real World (con Stevie Jackson alla voce), ma i momenti di inusuale stanchezza come Read The Blessed Pages o Little Lou, Ugly Jack, Prophet John, che vede addirittura la collaborazione di Norah Jones, fanno nascere il dubbio che i Belle and Sebastian questa volta non siano del tutto all’altezza di sé stessi.

lunedì 25 ottobre 2010

Indiepercui #24 - (Rolling Stone n.84 - ottobre 2010)

Crocodiles, Dum Dum Girls, Fresh & Onlys... sembra una playlist ideale di questa rubrica e invece sono alcuni dei nomi in catalogo per Hell Yes, etichetta che stampa fighissimi vinili a tiratura limitata (www.hellyes.it). La cosa interessante è che la label è italiana, la cura Marco Rapisarda, 29 anni, dalla provincia di Venezia. "Ho sempre viaggiato molto, abitato in posti diversi, incontrato un sacco di gente. La maggior parte delle band che pubblico sono proprio band di amici, tra New York, San Diego… ma anche gruppi italiani, tipo i Mojomatics, che conosco da quando eravamo ragazzini. Ho notato che le band preferiscono conoscerti di persona, vedere come lavori, gestire in maniera diretta. Questa è stata anche la mia formazione. Il background punk hardcore mi ha permesso di imparare alcuni meccanismi e li ho messo in pratica con Hell Yes. Dalle scelte musicali all’organizzazione dei tour, l’approccio resta quello del do it yourself. Al momento seguo la label da solo, mi piacerebbe avere più tempo per le altre iniziative (la stampa di t-shirt, le fotografie, le mostre), perché voglio che Hell Yes non resti legata solo alla musica, ma sono un comune mortale, quest’estate ho fatto la stagione in un hotel dalle mie parti. Ora però vado in tour con Zola Jesus (di spalla a Fever Ray), torno a novembre e riparto subito con Blank Dogs (35 date in 35 giorni): mentre sarò a casa spedirò i vari ordini e metterò avanti le nuove uscite. In calendario: i canadesi Bitters, con membri di Fucked Up, Career Suicide e altri; Flight, tipo del Mississippi già uscito su Hozac e che pubblicherà per Zoo Music, l’etichetta di Dee Dee delle Dum Dum Girls e Brandon dei Crocodiles; un gruppo di Austin, i Love Inks, che suona un po’ alla XX; e poi un progetto per ora segreto, Psychic Dancehall. E in primavera l’album della mia band, gli Smart Cops, uscirà su La Tempesta (www.latempesta.org)”.


[tra le recensioni]

Cinema Red and Blue - Cinema Red and Blue (What’s Your Rupture?)

Tutto ciò che la voce di David Feck tocca si tinge di un tono eroico d’altri tempi che fa sembrare l’era contemporanea a un tratto inadeguata. I suoi leggendari Comet Gain hanno diviso più di un palco con i Crystal Stilts e da qualche jam deve essere nata l’idea di questo esuberante progetto collettivo. Molti amici presenti: Gary Olson (Ladybug Transistor), Hamish Kilgour (Clean), Phil Sutton (Soft City), Amy Linton (Aislers Set) e altri. Tra ruvidi pezzi originali e cover di Chills e Vic Godard spunta anche Far Out Isn't Far Enough, fantomatico titolo di un album disperso dei Comet Gain. “I was only trying to do something good / I was only trying to waste my youth / I was only trying to mix with noise”.




The Walkmen - Lisbon (Fat Possum / Bella Union)

I Walkmen suonano un rock che potremmo definire “classico”, il cui suono si può accostare a quello di altri nomi come National o Grizzly Bear. Anche per Lisbon, loro sesto album, i principali riferimenti da citare sono Springsteen, Dylan ed Elvis. E con questo abbiamo inquadrato l’argomento. Il resto della recensione lo impiegherò a scongiurarvi di ascoltare e riascoltare lo sfarzo di questo disco, a lasciarvi trascinare dal suo spirito di celebrazione, dalla sua ambiziosa maestosità, dalla sua luce solenne. La voce roca di Hamilton Leithauser, nell'apertura di Juveniles, canta "it's a tragedy" ma tutto suona come l’esatto contrario. Fate sfilare la banda di Stranded e ogni cosa si leverà in gloria.


Abe Vigoda – Crush (Bella Union / Cooperative Music)

Vi mancano i bei tempi di Like Eating Glass e Banquet? Non vi riconoscete negli ultimi lavori di Bloc Party e Kele Okereke? Eccovi pronto il quarto album degli Abe Vigoda, Crush, che abbandona gli orpelli tropicali e punta dritto al post-punk più glassato di New Romantic ed elettronica che possiate immaginare. L’attacco di Dream Of My Love fa pensare ai Duran Duran, in Beverly Slope riecheggiano i Depeche Mode e la sintetica Throwing Shade aspetta solo il remix giusto per esplodere sulle piste di tutti gli indie club. La nuova faccia degli Abe Vigoda è una levigata maschera di plastica: per metà in ombra (la dolente Repeating Angel) e per metà impetuosa (la neworderiana Pure Violence).


[Breaking]

Due occhi di riguardo

L’anno scorso, con appena le quattro canzoni dell’ep And Everything Fits In The Yellow Whale (prodotto da Federico Dragogna dei Ministri) e una manciata di live, questi due poco più che ventenni di Milano accesero un bel po’ di curiosità. La musica degli Iori’s Eyes, di umore pop folk e dallo sguardo riservato, suscitava una tenerezza inattesa, con le sue atmosfere sospese che hanno richiamato paragoni con le CocoRosie, fatto pensare ad ascolti di certi Mercury Rev più intimi e lasciato scorgere in filigrana influenze shoegaze.
Ora la band sta per tornare, non mancano le novità, e non riguardano soltanto il fatto di aver aperto concerti per nomi illustri come Blonde Redhead, Wild Beasts, JJ e Local Natives: «avendo cambiato parecchie formazioni abbiamo sperimentato varie soluzioni live, ora siamo molto più coesi tra di noi. Girare l'Italia in lungo e in largo in due (a volte anche affrontando dei "viaggioni") e aver visto tante facce e tanti luoghi diversi ci ha segnato in qualche modo. Il nuovo lavoro sarà completamente diverso dal precedente, per certi versi molto più "aggressivo", orientato a sonorità più dirette, più anni '80 in alcune aspetti. Non abbiamo però rinunciato al senso di intimità che ci preme trasmettere con la nostra musica. I testi sono diventati più notturni, di "pancia", e parlano tutti di un amore che non doveva finire nel modo in cui è finito».
Il sito della band (www.ioriseyes.com) reca l’insolito annuncio: "Iori's Eyes è una pubblicazione semestrale": si può intendere come una presa di posizione nei confronti dell'oggetto album e delle uscite discografiche in quest’epoca di mp3 e download? «Dal momento che i dischi non si vendono più abbiamo pensato di trovare una soluzione che potesse dare un valore aggiunto al semplice packaging, e per farlo ci siamo affidati ad amici illustratori e fotografi. Questa volta gli artisti si sono proposti da soli, partecipando a un vero e proprio bando. Lo abbiamo fatto nella speranza di poter conoscere e dare visibilità a nuovi e giovani talenti. Ci piace pensare al packaging non solo come contenitore ma come qualcosa in più che possa rendere l'ep più prezioso, un oggetto al quale legare un’emozione».
Il tema dell’artwork (che la band ha voluto autonomo rispetto a quello delle canzoni) girerà intorno al concetto di “case”: «da un po’ di tempo ognuno di noi è andato ad abitare in una casa nuova, in modo indipendente, lontano dalla propria famiglia. Un desiderio forte e poi un cambiamento importante hanno accompagnato gran parte del periodo di creazione dei nuovi pezzi e pensiamo abbia influito un po' su tutto».
Nel frattempo Clod e Sofia hanno anche tenuto diversi concerti in Inghilterra: «suonare là è sempre molto bello... È diverso: tutti ascoltano veramente la band che hanno davanti, che sia famosa o meno. Dopo il live non ti giudicano, ti vengono solo a dire se "sei arrivato loro" o meno, e quando è così ti dimostrano tutto il loro calore. E poi si dice che gli inglesi sono freddi e distaccati: mi spiace, ma non è sempre così».

Indiepercui #23 - (Rolling Stone n.83 - settembre 2010)

Settembre mi fa sentire vecchio. È peggio delle classifiche dei dischi di fine anno – delle quali, in ogni caso, si comincerà già a parlare il mese prossimo. Qualche settimana fa James Murphy, tornando a ragionare intorno al suo capolavoro Losing My Edge (ehi, sono passati otto anni: ecco un’altra cosa che mi fa sentire vecchio!) sulla rivista on line Five Dials notava come da giovani si tenda a ragionare per “mono-blocchi”, movimenti univoci verso obiettivi da raggiungere in fretta, mentre crescendo i desideri vengono assediati da dubbi ed esitazioni. Il ragionamento gli serviva per parlare della felicità e della sua connessione con il successo arrivato in età avanzata, ma potremmo estenderlo anche alla musica che qui ci interessa. Ha ancora senso parlare di musica alternativa “per i giovani”? Ho piuttosto l’impressione che se oggi continuiamo a usare “indie” come un “mono-blocco” sia come se usassimo “hippie”, “teddy boy” o “dandy”. Categorie chiuse che si riferiscono al passato. Quello che chiamavamo “indie” è impantanato in pieno nella fase domande e incertezze. L’indie è vecchio. Le strategie di sopravvivenza le conosciamo: alla giostra dell’hype si reagisce rotolando ancora più veloci. Fare di bassa fedeltà virtù. Ogni settimana nuove band, nuovi nomi, nuovi ep in free download, mp3, feed, subscribe, like, like, like!
Altered Zones, l’ultima creatura di Pitchfork, contenitore di blog tra la nicchia e l’hipster, rappresenta al tempo stesso il colpo di grazia e l’antidoto. Riferimenti sempre più oscuri, tirature limitate, una scena che sembra quasi evanescente: basterà a farci ritrovare piacere nella musica? Questo mese esce il secondo album dei Women. La band canadese sotto una superficie slabbrata riesce a costruire atmosfere grandiose. Riusciremo ad abbandonarci al suo suono denso, tempestoso e solenne senza pensare a quanti decimali di voto si meriterà su Metacritic?


[tra le recensioni]

Television Personalities - A Memory Is Better Than Nothing (Rocket Girl)

Se conoscete il nome di Dan Treacy solo perché viene citato nel titolo di una canzone dei MGMT, è probabile che questo disco non vi piacerà. Se invece considerate i suoi TV Personalities un punto di svolta della storia della musica, ponte fra il primo punk britannico e la scena che venne poi definita indiepop, allora questo disco vi farà male. Non è possibile trascurare che, dopo tutti questi anni, qualcosa di danneggiato rimane sempre nella musica di Treacy. E le parole indiepop e danneggiato danno luogo a uno strano, faticoso ossimoro, che forse solo il cantautore londinese riesce oggi a incarnare, avendo modelli come Syd Barrett e Kinks. Al pari degli altri suoi ultimi lavori, anche qui si alternano momenti di slancio, tentativi di riappacificazione con i propri fantasmi (She’s My Yoko, che confessa “well, that’s me, that’s Daniel”), malinconia pura (la bellissima title track, che a qualcuno potrà curiosamente ricordare gli Yuppie Flu) a tracce più cupe, inquiete e tortuose (anche quando addolcisce certi spigoli la voce della svedese Johanna Lundstrom). Suona folle, ma è così l’amore.


giovedì 5 agosto 2010

Indiepercui #22 - (Rolling Stone n.82 - agosto 2010)

Come cantava Morrissey, “life tends to come and go”. O, se preferite, anche Bianconi si stupiva per “la puntualità delle mode musicali”. Qui a Indiepercui da sempre sosteniamo che il prolungato e immutabile presente è l’unica vera novità di quest’epoca in cui ogni cosa è divenuta “indie”. Ora, grazie a Flavorwire (http://bit.ly/bAV1UK), è arrivata l’immancabile infografica sull’Hipster Fashion Cycle, dove si analizza la maniera in cui qualunque oggetto, stile o idea passa dalla condizione di “outsider” (l’autenticità!) a quella “di tendenza”, per poi venire fagocitato dal “mainstream”, riciclato nella “fase ironica”, recuperato in quella “nostalgica” e infine relegato in quella più “tradizionalista / conservatrice”, da dove – prima o poi – qualche outsider andrà a ripescarlo, credendo di aver fatto chissà quale scoperta. Se volete, è anche una buona immagine di questi tempi di recessione, dove sempre più materie prime cominciano a scarseggiare. Parlando di musica potremmo portare mille esempi, ma invece di insistere sul passato che ritorna, sarebbe interessante capire in quale casella della ruota si inseriscono certi fenomeni nuovi. Da qualche settimana gira in rete un curioso progetto più o meno anonimo denominato I Cani. Il loro tormentone estivo I pariolini di 18 anni risuona di shoegaze ed elettronica lo-fi, ma ammettono anche influenze cantautoriali come Diaframma e Max Gazzè. La canzone dedicata a Wes Anderson è un raffinato equilibrismo tra malinconie post-adolescenziali e inevitabile sarcasmo. Insomma, un giro completo della ruota hipster ancor prima di cominciare: niente male! Se invece l’estate vi ispira desideri più carnali e avete bisogno di qualcosa di più forte, per restare in Italia, è bello segnalare il ritorno dei Thousands Millions. Rock Days (su Tannen Records) è un album di poderoso college rock che ha inciso GRINTA su ogni nota. Non so se certi bei chitarroni divertenti ad agosto siano proprio hipster, ma mi rendono ancora felice.


[tra le recensioni]

The Pipettes - Earth vs. the Pipettes (Fortuna Pop!)

Il nome del gruppo è lo stesso e anche certe mossette nei video, ma non vedo nessuna delle tre voci originali, non sento nessun omaggio a Phil Spector, mancano perfino i leggendari pois e le canzoni sembrano imitare le peggiori Girls Aloud o Sugarbabes. Che senso ha scomodare la nostalgia del 2005 o la prima volta che ballammo I Like a Boy in Uniform, quando tutto quello che riesco a pensare oggi è che questo disco rappresenti soltanto il tentativo neanche troppo convinto di riciclare un brand fuori tempo massimo? Credo sarebbe più interessante leggere Earth VS The Pipettes come riflesso in musica dell’attuale crisi economica, o utilizzarlo come case study in un seminario sull’outsourcing applicato al Pop.



The Vaselines – Sex With An X (Sub Pop)

Siamo onesti: qui c’è solo da ascoltare e imparare. E siamo onesti: se non fosse stato per Kurt Cobain oggi nemmeno il professor Everett True spettegolerebbe più dei Vaselines. Ma siamo onesti: Eugene Kelly e Frances McKee sanno benissimo come ci si diverte con il rock’n’roll, e il fatto che tornino con dodici impertinenti canzoni nuove, le quali si rivelano in tutto e per tutto “roba alla Vaselines”, fa esultare chiunque abbia ancora a cuore quello che più di vent'anni fa si chiamava “indie”. Basterebbe già la velvetiana title track, o la dichiarazione di guerra agli Ottanta. Se poi aggiungiamo che il produttore è ancora Jamie Watson, e che di supporto ci sono Stevie Jackson e Bob Kildea dei Belle and Sebastian (e aggiungiamo pure Michael McGaughrin dei 1990s, toh), l’esultanza diventa sfacciata euforia, proprio come quella che muove questa musica.

Indiepercui #21 - (Rolling Stone n.81 - luglio 2010)

Siamo ormai a metà dell’estate 2010 e a questo punto dovreste aver già archiviato e taggato buona parte degli eventi musicali che nei mesi scorsi avevate sbandierato ai quattro venti, e soprattutto ai vostri contatti, come “imperdibili”. Una delle cose più indie e più tristi che ho sentito dire in questo periodo è stata: “sai, sono andato al Primavera Festival e adesso riparto per Benicassim, così mi vedo tutti i concerti in una volta e quando ricomincia la stagione non ci penso più: metti che poi quella sera non ho tempo”. Insomma, in pratica l’idea di vedere un gruppo dal vivo come piantare la bandierina, come fare un check-in su Foursquare, senza prendere in minima considerazione la musica. “Ho sentito dieci minuti dei Fall, poi sono andato a vedere metà Flying Lotus, ma solo per essere già in prima fila ai Vampire Weekend dopo. Peccato suonassero alla stessa ora degli XX...” Ma vi pare vita questa? L’estate a me piace prenderla con più calma. Per esempio, ascoltando Wild Nothing, progetto di Jack Tatum, da Blacksburg, Virginia. Dopo un paio di sette pollici (in cui si segnala anche una cover niente male di Kate Bush), la Captured Tracks ha pubblicato l'album di debutto Gemini, ricolmo di suoni sognanti ed evanescenti. Canzoni di un electropop rarefatto, perfette per quella nostalgia da riflessi sull’acqua, chitarre languide e synth sentimentali tra Radio Dept. e 4AD. Sulla stessa etichetta approdano anche i Fresh & Onlys, band di San Francisco che negli ultimi due anni aveva già pubblicato, fra le altre, per Woodsist e che sta per arrivare sulla prestigiosa In The Red Records con il secondo album. Per ora riteniamoci soddisfatti con l’ep August In My Mind (titolo quanto mai appropriato), dove tengono assieme garage rock a bassa fedeltà con suggestioni più psichedeliche, tra Bunnymen e Syd Barrett, e aperture pop che ricordano certe vecchie cose dei Ponys. Tra un festival e l’altro, se avete tempo, ascoltate un po’ di musica.


[tra le recensioni]

AAVV – Altri Giardini (autoprodotto – www.giardinidimiro.com)

Complicato dare un giudizio su questo disco senza tirare in ballo contraddittorie considerazioni su: 1) la lunga e importante storia dei Giardini di Mirò nell’underground italiano 2) la differenza tra il “valore” dei GdM e l’eventuale influenza sulle successive generazioni di band 3) la cover come tributo, ma in questo caso richiesta dalla band stessa 4) la scelta di dare spazio a nomi poco conosciuti 5) l’eterno dibattito su come debba suonare una buona cover. Qualche mese fa i Giardini hanno coinvolto alcuni amici nel progetto Altri Giardini e hanno esteso l’invito ai fan sparsi via Rete. Hanno poi selezionato e disseminato gli mp3 tra webzine e blog, e infine li hanno raccolti in un cd (300 copie fatte a mano da distribuire ai concerti). Com’è ovvio la tracklist è un po’ discontinua, ma regala anche felici invenzioni, tipo i Gazebo Penguins che scatenano l’anima hardcore di Dividing Opinions o gli strati di campionamenti e riverberi imbastiti da Death In Plains, e non mancano divertenti imprevisti (Pet Life Saver resa doom metal dai Quiet In The Cave). Come si suol dire: solo per appassionati, ma fareste meglio ad appassionarvi.

Indiepercui #20 - (Rolling Stone n.80 - giugno 2010)

Detestare Christopher Weingarten è indie. Sì, una delle ultime cose a esserlo ancora. Il giornalista di Rolling Stone USA, Village Voice, SPIN e chissà che altro sa come rendere la sua oratoria avvincente: scatenando nell'ascoltatore l'irresistibile impulso di prenderlo a schiaffi nonostante stia dicendo cose interessanti. Qualche settimana fa a New York si è esibito in una conferenza dall'umile titolo “Twitter & The Death Of Rock Criticism II: Music is math” (http://tinyurl.com/yyrsaaz). Incolpare interamente i vari social network e Hype Machine di come vanno le cose nell'industria musicale è sciocco (vedi la brillante risposta da parte del sito, a firma di Zoya Feldman http://tinyurl.com/3739gqg), ma la provocazione coglie qualche aspetto importante. La presunta necessità di velocità che ha sopraffatto il “parlare di musica oggi” è innegabile, ed è anche la stessa che ha sempre più assottigliato il confine tra chi scriveva di musica e chi la fruisce, rendendo l'attenzione una risorsa in via di rapido esaurimento. Ma la velocità è anche un mezzo comodo per sottrarsi alla quotidiana sovrabbondanza di informazioni. Quante recensioni leggete fino alla fine? Quanti titoli di canzoni di album usciti nell'ultimo mese ricordate? Viene voglia di fare la voce da Arbasino dell'indie e tirare fuori i ricordi “degli anni buoni”, quando l'etichetta “alternative” rappresentava una complessa somma di atteggiamenti politici ed estetici. Qualcosa di quell'energia l'ho ritrovata nei Nana Grizol, da Athens, Georgia. Potrebbero piacere ai fan degli Okkervil River: stessa urgenza vibrante, con un impatto più ruvido e un sound arricchito da quella che era la sezione fiati dei Neutral Milk Hotel. Ruth, loro secondo album esce per Orange Twin, collettivo che si dedica non solo all'autoproduzione discografica, ma è anche una sorta di comune, un vero e proprio villaggio fuori Athens, impegnato nella coltivazione della terra e nella conservazione dei boschi. Alla faccia degli hipster.


[tra le recensioni]

We Are Scientists – Barbara (Pias)

Purtroppo sopra il ritornello di Rules Don’t Stop Me, primo singolo estratto dal nuovo album dei We Are Scientists, non ho potuto fare a meno di cantare quello della sigla di Mazinga. E se sei vecchio abbastanza per ricordartela, allora è anche probabile che non ti serva a molto questo disco, né che tutto sommato ti dia troppo fastidio. Ma quanto è difficile non assumere un antipaticissimo tono accondiscendente nei confronti di queste dieci canzonette? In fondo Barbara è un discreto disco di quell’indie rock da NME che, per la sua maggior parte, chiede soltanto di essere ballato e assecondato con energia e coretti: se il massimo che puoi concedergli è una bonaria tolleranza lascia perdere, è una questione anagrafica. Il duo newyorkese, per l’occasione affiancato dalla batteria di Andy Burrows (ex Razorlight), dichiara l’intenzione di "return to the stripped-down sound of the band’s debut". Ciò non toglie che non siano molte le melodie capaci di restare nella memoria. Molto meglio quando il principale obiettivo sembra essere il dancefloor, come in Nice Guys e Break It Up.


Teenage Fanclub – Shadows (Merge)

Quando è uscito l’ultimo album dei Teenage Fanclub, Man-made, non esisteva ancora la maggior parte dei social network a cui sei iscritto oggi. Sarà curioso vedere se e come la musica veloce che si vive nel presente fagociterà questa decima prova della longeva band scozzese. Se saprà darle la luce che merita o se invece la dimenticherà nel giro di un paio di download, poco incline a confrontarsi con un suono che assume la forma del classico, senza ironia né ammiccamenti, anzi calcando la mano sulle tinte emotive (The Fall o Dark Clouds). Ancora una volta si citano i numi tutelari dei “Fannies”: Byrds, Neil Young, Beach Boys, Big Star... Detto questo, si impone la scelta: lasciarsi addolcire la vita da canzoni morbide come Sweet Days Waiting, magari concedersi un sorriso immacolato con Baby Lee, oppure saltare una traccia dopo l’altra senza trovare “nulla di nuovo”, rincorrendo l’istante dell’ascolto senza mai afferrarlo? Si scrive spesso che i Teenage Fanclub sono dei “classici”, che il loro suono è “fuori dal tempo”. In fondo, è un modo come un altro per parlare della bellezza.

Indiepercui #19 - (Rolling Stone n.79 - maggio 2010)

"Io alla reunion dei Pavement non ci vengo". È una delle tante battute del Blog dell’Indie Snob, raccolta di intuizioni, paradossi e frasi sentite nell’ultima fila di qualche concerto, capaci di strappare più di un sorriso per come inquadrano in una riga personaggi e scene che ci sono ormai familiari. A dire il vero, sarebbero già passati cinque anni dalla pubblicazione del Rock Snob's Dictionary di Kamp e Daly, e molta musica è passata per i nostri iPod. Eppure il giochetto sembra funzionare ancora. O forse funziona solo perché siamo nella piccola e lontana Italia, dove il cosiddetto “indie” vive una vita tutta sua, in differita e in scala ridotta. Per dare un’occhiata a cosa succede negli altri Paesi, sul buon vecchio Pitchfork Marc Hogan cura l’indagine "What's the Matter With Sweden?", analizzando le varie politiche di finanziamento degli artisti e delle etichette discografiche in giro per il mondo: dalla Svezia al Canada, passando per i problemi delle band USA con l'assistenza sanitaria (e indirettamente gettando una nuova luce proprio sulla reunion dei Pavement). Anche all’estero, però, non se la passano sempre bene, né sono immuni dal provincialismo. Se ancora non avevate preso confidenza con un genere nato ieri come la chillwave (vedi Indiepercui di gennaio) potete anche lasciar perdere: Jon Pareles sul New York Times decreta che ha già fatto il suo tempo: “it’s recession-era music: low-budget and danceable”. Un’altra osservazione è però interessante: si tratterebbe di una delle strategie di adattamento delle band a quest’epoca in cui il pubblico ha sempre meno tempo e attenzione da dedicare loro. Come dire: ora che è tutto è indie, provateci voi a fare del buon pop. Una band che ci sta riuscendo a meraviglia sono i Twin Sister, sound delicato ed elegante, tra Stereolab, Cocteau Twins e suggestioni Seventies. Davvero da tenere d’occhio, come dicono gli snob.


[tra le recensioni]

Canadians - The Fall Of 1960 (Ghost Records)

Il secondo album dei Canadians conferma tutto il loro amore per Weezer e Death Cab For Cutie, e riesce anche a superare il precedente A Sky With No Stars in quello che deve essere il vero obiettivo della band veronese: finire nella colonna sonora di qualcuno dei nostri telefilm adolescenziali preferiti. Tra chitarre piene, melodie felici da fischiettare al volante e qualche ballata più emotiva per le ragazze che fanno le foto sotto al palco, l'album fila via che è un piacere, tutto diritto fino alla strada per la spiaggia. Menzione d’onore per Kim the Dishwasher, forse il loro pezzo più epico / Grandaddy / Yuppie Flu di sempre.

giovedì 22 aprile 2010

Indiepercui #18 - (Rolling Stone n.78 - aprile 2010)

Finalmente qualcosa che farà sembrare ancora lo scrivere di musica vagamente somigliante a una sfida: presto Google potrebbe chiudere il vostro blog. Wow... Ok, non è il ’77 e i Carabinieri non stanno per fare irruzione nella vostra radio libera, però pare che oggi sia proprio il massimo dell’indie lamentarsi che Blogger ha fatto sparire tutti i vostri post dove parlavate dei dischi preferiti da voi e nessun altro, linkando poi mp3 su mp3. Qualche settimana fa diversi blog americani, tra cui anche il noto Pop Tarts Suck Toasted, si sono visti cancellare dalla Rete per presunte violazioni del copyright (http://tinyurl.com/ykkmobn). Trovate la goffa replica di Google, la prevedibile polemica sulla censura che ne è seguita e un po’ di commenti riassunti da Daily Swarm: http://tinyurl.com/ye5dbjq. Come se non bastasse, qualche giorno dopo ci si è messa anche la piattaforma Tumblr, fino a quel momento immacolato emblema hipster, che ha “rubato” l’account di un utente solo per compiacere la riverita webzine Picthfork, forse preoccupata di sembrare poco aggiornata sui social network. Una vicenda tutto sommato abbastanza meschina (http://tinyurl.com/yaomogc). Per chi volesse poi documentarsi su diritti e tutele degli indie blogger, l’Electronic Frontier Foundation ha stilato un “Practical Advice for Music Bloggers Worried About DMCA Takedown Censorship” (http://tinyurl.com/yeonckf). Ma ehi, vediamo il bicchiere mezzo pieno: magari senza più il vostro blog da aggiornare, e avendo ormai perso la pazienza con Facebook, potreste avere il tempo di ascoltare per davvero e fino in fondo le decine di cartelle di dischi che avete scaricato. E non lascereste più passare inosservato, per esempio, Waiting For The Bells, il sontuoso secondo album del cantautore di Göteborg Joel Alme. Sound super classico e trascinante, tra orchestrazioni Motown in abito da sera, cascate sentimentali di archi e fiati, e un modo di gettare via certe melodie che a volte ricorda Dylan.


[tra le recensioni]

The Radio Dept. - Clinging to a Scheme (Labrador)

Potrei cominciare questa recensione in mille modi e sentirei che nessuno è quello giusto. Potrei parlare dell’attesa di quattro anni e dei continui rinvii per l’uscita di Clinging to a Scheme. Potrei dire “shoegaze”, “dream pop con influenze elettroniche”, giusto per far capire in quale scaffale trovarlo. Potrei accennare all’ostinata elusività dei Radio Dept. Potrei finire a raccontare di quella volta che una manciata di blog li chiamò a suonare in Italia, quando ancora i giornali non parlavano di blog, figurarsi di indiepop scandinavo. Non c’è un modo facile per spiegare questo disco, perché la musica dei Radio Dept. è più della somma dei suoi elementi. Nel cuore una malinconia arrabbiata, politica; negli occhi un’apparente freddezza che non è mai banale distanza, anzi, è una specie di silenzio che devi capire anche quando sembra fare poco per venirti incontro: allestire ritmi baggy e balearici, rievocare feedback di chitarre o scattare una foto sfuocata all'alba. Come l’imperfezione che si ama e che siamo, Clinging to a Scheme non è il giudizio che ne potrei dare. You stopped making sense.


She & Him - Volume Two (Merge)

A questo punto, arrivati al secondo album del progetto She & Him, direi che hanno pure stancato le battutine acide su Zooey Deschanel e ce la possiamo tenere volentieri così, per quella che è. Forse non diventerà mai Nancy Sinatra, ma per ora continua a fare dischi di ineccepibile piacevolezza e soprattutto, nonostante qualche faccetta buffa di troppo, ha l’indubbio merito di riuscire a conquistare l’attenzione di una fascia di pubblico che ha la memoria dei pesci rossi. Di nuovo in coppia con M. Ward (ma è lei l’autrice) realizza un album di tredici amabili canzoni per tre quarti d’ora di elegante revival dei band femminili Sixties, meno propenso al folk del Volume One ma sempre molto nitido e impeccabile negli arrangiamenti. Melodie dolci e brillanti, fatte apposta per essere canticchiate già al primo ascolto, una più generale aria di festa e leggerezza. Anche stavolta sono presenti due cover: Ridin’ In My Car dei NRBQ e Gonna Get Along Without You Now di Skeeter Davis, scelta azzeccata quest’ultima, che mette in chiaro i ragguardevoli riferimenti musicali della Deschanel.

sabato 6 marzo 2010

Indiepercui #17 - (Rolling Stone n.77 - marzo 2010)

Dunque ormai “surf” è diventato il nuovo “skinny jeans”? Praticamente ritrovi la parola messa un po’ a caso dentro articoli e recensioni di qualunque genere. Ovviamente non stiamo parlando di Beach Boys o di gente che pratica realmente qualche tipo di attività fisica, ci mancherebbe. Forse tutto è nato con l’epidemia Wavves di un annetto fa (Dio, sembrano passati secoli). Oppure è scattato qualcosa l’estate scorsa con Let’s Go Surfing, l’innocente e contagiosa canzonetta da spiaggia che ha reso moderatamente celebri i Drums e il loro indiepop a presa rapida. Uno dei primi dischi interessanti di questo 2010 lo ha realizzato proprio una band di loro amici: si chiamano, guarda caso, Surfer Blood. Il loro Astro Coast scintilla di ritornelli fenomenali e costruzioni spericolate tra Built To Spill, Pixies e Weezer. Sì, sembra quasi un revival indie rock. Ma per ora non ci sono dubbi: è il surf che tira. E allora via, anche Andrew Vanwyngarden dei MGMT (no dai, qui niente link) in un’intervista a Spin si affretta a dichiarare che il prossimo album avrà “a surfing thread throughout the record”. Casomai restassero tagliati fuori, eh. Perfino un eccellente blog come www.dontdiewonderingmusic.tumblr.com qualche tempo fa ha sentito il bisogno di introdurre un nuovo gruppo spiegando “no, this is not another surf-lo-fi-stoner band”. Almeno gli scanzonati Harlem, di imminente uscita su Matador con la tiratissima raccolta Hippies, farciscono il loro sound di riferimenti agli Anni Sessanta, e quindi un’etichetta come “lo-fi surf garage” non sembra del tutto fuori luogo, anche se forse rischia di far passare in secondo piano il divertimento totale delle loro canzoni. In chiusura teniamoci gli ottimi Beach Fossils, progetto del giovane Dustin Payseur, da Brooklyn, che con il debutto su Woodsist/Captured Tracks fa viaggiare il surf ad andatura rilassata verso spiagge da sogno.


[tra le recensioni]

The Magnetic Fields – Realism (Nonesuch)

Suonate Realism a volume gagliardo nonostante vi sembri solo un disco folk realizzato per intero con strumenti acustici. Ascoltatelo insieme a un bambino, va bene anche un neonato di pochi mesi. È abbastanza probabile che comincerà quasi subito a gorgheggiare felice, seguendo melodie immaginarie che nascono dalle canzoni come rami e seguono in cielo strade tutte loro. La musica che Stephin Merritt scrive ha la caratteristica di essere una raffinata opera d’ingegno, sottile, colta e profonda, e al tempo stesso riesce a catturare una semplicità universale, qualcosa che ci sembra di conoscere da sempre. Eppure, Realism qui e là soffre anche qualche leggero affanno, come se la scaletta presa tutta assieme non ingranasse fino in fondo. Ogni tanto diresti che è la colonna sonora di un musical o di un varietà, del quale però ti sfuggono le scene di mezzo. Difetto tutto sommato trascurabile di fronte alla grazia assoluta di canzoni come Everything Is One Big Christmas Tree o I Don't Know What To Say. E ci vuole del genio per riscrivere Nella vecchia fattoria e farla diventare l’inno di un party dell’era proibizionista alla Bugsy Malone (We Are Having A Hootenanny).


Shout Out Louds - Work (Bud Fox / Merge)

Ci sono dischi che ti arrivano addosso di corsa e ti fanno saltare per aria, e ci sono dischi che ti camminano accanto e si mettono al tuo passo. Non c’è bisogno di troppe parole: ci si gode il viaggio assieme, e volte è tutto quello di cui hai bisogno. Da quando ho incontrato gli Shout Louds sulla mia strada, ormai cinque anni fa con il debutto Howl Howl Gaff Gaff, non c’è stato momento in cui mi sia trovato in disaccordo sulla direzione presa. Quando una band arriva a quel punto della propria carriera in cui comincia a raccontare quanto sia maturata, quanto abbia voluto fare le cose con calma per il nuovo disco, tenendo fede a un’ideale di ritrovata semplicità, hai sempre il mezzo sospetto che stia mettendo le mani avanti, insicura del nuovo lavoro. Ma nonostante gli Shout Out Louds spieghino che dietro questo Work c’è stata una pausa di riflessione piuttosto lunga, che questo è l’album “where they decide to keep it simple”, tutto funziona a dovere, tutto è al posto giusto, anche i chiaroscuri, le giornate storte e i lunghi minuti in cui non si trovano le parole. È solo che la musica della band svedese mostra una nuova serenità nell’affrontarli. “If you think I’m slowing down, I’m not slowing down” rassicura Adam Olenius in Throwing Stones. Ma è l’intero disco a funzionare, con organicità, con una scelta di suoni più caldi, elementari, quasi demodé. Un disco rock. Work possiede un cuore trasparente, probabile merito del cambio di produttore. Phil Ek (uno che ha lavorato con nomi tipo Shins, Fleet Foxes e Band of Horses) pare aver indirizzato le energie degli Shout Out Louds verso una musica in qualche modo più americana. Meno Cure e più Bruce Springsteen, per riassumere un po’ sbrigativamente. Me la naturalezza, la felicità e la malinconia dentro queste canzoni restano cento per cento made in Shout Out Louds.


Scout Niblett - The Calcination of Scout Niblett (Drag City)

"Welcome to my self-made sweat box. This is where I take it all off”: già dalla title track Scout Niblett dichiara le sue intenzioni. Come il processo chimico della “calcinazione” brucia ad altissime temperature per un tempo lungo abbastanza da far dissolvere ogni scoria, così lei toglierà tutto alla sua musica per lasciare soltanto un suono duro, ermetico, minerale. L’intensità della scrittura della cantautrice britannica è nota da tempo, così come la sua devozione ai primi Nirvana, ma questa volta i silenzi pesano come macigni, e quando qualche canzone d’improvviso si anima quasi quasi si rimpiange meno profondità. Alla produzione Steve Albini.

mercoledì 10 febbraio 2010

Indiepercui #16 - (Rolling Stone n.76 - febbraio 2010)

Ammettilo: con tutto quel che potresti fare (fare, non scaricare), stai ancora a preoccuparti se quello che ti piace è abbastanza indie (ma sì, continuiamo pure a usare questa parola, così, per dispetto). Ti trovi stretto alle corde tra l'unità di misura del tempo (“non ne ha ancora parlato nessuno”) e quella dello spazio (“ormai si sente davvero ovunque”). Perché una cosa curiosa accaduta negli ultimi anni nella nostra piccola scena musicale è il modo in cui, pur avendo toccato con mano che è possibile scavalcare certi modelli economici, nondimeno un'etica romantica di appartenenza, indipendenza, primato e purezza sembra avere ancora notevole presa. Ma se c'è una cosa che il decennio appena trascorso ci ha mostrato è come tutta questa posa diventerà via via insostenibile. Lo vedi già oggi nei ragazzini veloci che si vestono quasi volessero diventare copertine dei Bauhaus e portano capelli sparati alla Kid'n'Play (sempre meglio della voga Christopher Owen dei Girls, intravista fugacemente nei mesi passati e che si spera non duri). La frammentazione, proliferazione e saturazione delle nicchie di stili e suoni non sembra arrestarsi, e ormai le band finiscono per rivolgersi a un pubblico composto spesso soltanto da complici, addetti ai lavori, promotori e gente che si sente a vario titolo coinvolta (“voglio il pass stampa perché ho un blog”). La scena parla sempre di più a/per sé stessa. E le semplificazioni in dolcevita tipo l'idea di “underground VS mainstream” mettono ancora radici ma non danno più frutti. Potremmo per favore passare alla fase storica successiva all'indie? Poi, per via della foto qui sotto, prima della fine del pezzo devo aggiungere anche una segnalazione musicale: questo mese esce Causers Of This, consigliatissimo album di debutto di Toro Y Moi, progetto dell'eclettico Chaz Bundick, capace di mescolare senza inibizioni elettronica, R'n'B, psichedelica e, uhm, indiepop. Proprio l'ideale per mandare all'aria tutte le nicchie.


[tra le recensioni]

Spoon - Transference (Anti / Merge Records)

Nonostante Britt Daniel e soci questa volta si producano da soli e raccontino che hanno voluto lasciare ai suoni di Transference un'impronta di non finitezza, una certa aria da “live in studio”, bisogna ammettere che quindici anni di carriera non sono affatto passati invano, e giunti al settimo album ormai si sa cosa aspettarsi dalla band di Austin. Ovvio, ascoltando pezzi come il singolo Written In Reverse o la scalpitante Troubles Come Running (che ripete la gioia di una indimenticabile Sister Jack) si può anche esclamare “per fortuna!”. Tralasciando un paio di momenti più stanchi (Goodnight Laura), sono certi riff stonesiani che coinvolgono dal primo ascolto, e certi tempi medi (Out Go the Lights) che gli Spoon piegano al loro stile suadente, da rock maturo, a farci amare ancora di più una delle più solide band indie rock di questi anni.


Owen Pallett - Heartland (Domino)

Nel recente romanzo Generation A, Douglas Coupland insiste molto sull'idea che la maggior parte della gente abbia bisogno di immaginare la propria vita come una storia per poter tollerare di viverla. A lungo andare, però, si correrebbe un rischio, quello di diventare incapaci di immaginare storie diverse, e quindi altri modi di dare un ordine al mondo. Il cantautore Owen Pallett, guarda caso canadese proprio come Coupland, nel primo album a suo nome dopo l'abbandono del marchio Final Fantasy riesce a coniugare una vicenda del tutto personale, il nascere e morire di una storia d'amore, con la creazione di un universo poetico potente e sofisticato. Tutto si gioca sullo slittamento del punto di vista: le parole passano attraverso l'oggetto amato (“I've been in love with Owen”) e alla fine il personaggio si divincola dalle mani del suo stesso autore (“The author has been removed”). Pallett ci aveva abituati a narrazioni che mescolano piani diversi, da saghe di videogiochi di ruolo giapponesi a riferimenti musicali colti come Bartók e la tradizione celtica. Questa volta sfrutta un'intera orchestra, la Filarmonica di Praga “suonata come un vecchio synth modulare”, per raggiungere una densità visionaria di grande effetto emotivo. Riferimento principale restano i voli pindarici dei Beach Boys più orchestrali, ma l'innesto discreto dell'elettronica aiuta a non far perdere di vista una bella immediatezza pop: Lewis Take Off His Shirt ricorda molto Loney Dear, e dentro Tryst with Mephistopheles riecheggiano i sodali Hidden Cameras. Heartland non manca di pretenziosità, ma l'ambizione di raccontare bene una storia vince il narcisismo.

mercoledì 6 gennaio 2010

Indiepercui #15 - (Rolling Stone n.75 - gennaio 2010)

Ognuno ricorderà l'anno di musica che ci siamo lasciati alle spalle a modo suo: l'anno in cui gli Animal Collective hanno fatto il botto, tanto quanto l'anno del pop al mascara di Lady Gaga. C'è posto per tutti nell'affollato e nevrotico nuovo mainstream dell'indie. Per me è stato l'anno delle fotografie sbiadite. Prendo a prestito il nome da Washed Out, progetto musicale di Ernest Green che mescola elettronica e immediatezza lo-fi con un atteggiamento di totale rilassatezza. Le sue copertine portano la mente a vacanze lontane, i ricordi si confondono con la nostalgia, i beat sembrano morbidi ma sotto la polvere incalzano. E "washed out" sono anche le immagini e le fotografie che spesso accompagnano altre band nuove e interessanti come Real Estate, Best Coast, Friendo o Dum Dum Girls. Nessun profondo comune denominatore musicale, se non una ricorrente propensione per i riverberi ampi, un debole per atmosfere non di rado sognanti o psichedeliche, e certi suoni accuratamente sporchi, che a volte cercano di viaggiare indietro nel tempo. Anche in Italia ne abbiamo due begli esempi, di carattere opposto: il cantautorato aspro e al tempo stesso romantico di His Clancyness e l'elettronica epica di Death In Plains. Un'estetica che si può ritrovare divulgata anche da molti blog, tra cui www.chocolatebobka.blogspot.com, www.weeklytapedeck.com o www.transparentblog.com: è come se in quei collage strappati che sembrano messaggi alieni, in quelle istantanee invecchiate e trafitte dai graffi si mostrasse il desiderio di proiettare e costruire una storia nuova, in cui a giocare un ruolo decisivo, a sorpresa (per chi è nato dopo Google), sarà la memoria.

martedì 1 dicembre 2009

Indiepercui #14 - (Rolling Stone n.74 - dicembre 2009)

Giusto in tempo per i regali di Natale, la Rough Trade pubblica una nuova compilation della sua serie “Shops” tutta dedicata all'indiepop. Cinque anni dopo il doppio Volume 1, che poteva vantare un ricco apparato critico, con contributi di Everett True e Alistair Fitchett, e una grafica filologica da urlo, questa nuova raccolta si riduce a un solo cd (“to reflect the financial restrictions that the current recession dictates”: WTF?) e non si occupa di ripercorrere la storia del genere (bravi! Basta con il C86!), se non nella nostalgica e un po' stucchevole intro di Delia Sparrow. La nuova tracklist riflette lo stato dell'arte dell'indiepop degli ultimi anni, se non addirittura mesi, includendo band di cui ci siamo occupati anche in questa rubrica, tra cui Pains Of Being Pure At Heart, Los Campesinos! e Love Is All. Forse alcuni puristi del genere (ok, l'indiepop è già un genere quasi unicamente “per puristi”) storceranno il naso per come Rough Trade Shops Indiepop 2009 ritrae una scena che sembra influenzata per la maggior parte dalla "bassa fedeltà" e da un approccio piuttosto garage e punk (o almeno molto più di quanto si tenda a considerare il twee, tutto fiorellini e battimani) ma l'insieme funziona alla grande. La riflessione da fare però è un'altra: oggi, ancora meno rispetto al 2004 (un secolo fa, nell'era di internet), non è chiaro quanto il pubblico avverta il reale bisogno dell'organizzazione sistematica di un genere come questo. Se c'è una cosa che gode di ottima salute, da quando è il mercato discografico sta agonizzando, è proprio il fiorire di nuove etichette e sottoetichette per definire l'indie e i suoi figli. Molti di questi gruppi finora hanno stampato una manciata di dischi, vinili a tiratura limitata, a volte solo release digitali: basteranno ad esprimere “lo spirito di un'epoca”? Al tempo stesso, tutti, anche i più oscuri, sono facilmente reperibili in Rete, tra blog e download sui siti delle stesse etichette. Il nostro indiepop da “volume 2” ha abbandonato o perduto la sua aura di esclusività e leggenda in bianco e nero: viva l'indiepop!


[tra le recensioni]

The Feelies - Crazy Rhythms (Domino / Bar None)

Quelli che oggi hanno meno di trent'anni forse hanno sentito nominare qualche volta i Feelies soltanto all'epoca del debutto degli Strokes, e non darei per scontato che si capisse tanto bene il perché. Non ci sono appigli facili qui, tranne forse la celebre (?) Fa-Ce-La. In compenso c'è per intero quella New York ormai da sussidiario della fine dei Settanta: un suono nevrotico, brusco, anfetaminico, tempestato di percussioni (magnifica la title-track). La sottile linea rovente che scende da Stooges e Velvet Underground, incontra i Television e si rovescia nei Talking Heads. Un'urgenza che scalcia e preme, ma la cui secca precisione salva la musica dei Feelies dal farsi troppo introversa. Le corde delle chitarre, nude e fredde, un ritmo che non si dà pace e una voce che scoppia dall'ansia di non lasciarsi andare nemmeno per un istante (la confusione dei cori in Forces at Work). Crazy Rhythms è un disco piccolo ma ostinato, e che con ostinazione è rimasto conficcato nel suo tempo riuscendo a suonare con fenomenale forza ancora oggi, come questa necessaria ristampa (con le note curate da Jim DeRogatis) testimonia alla perfezione.

domenica 1 novembre 2009

Indiepercui #13 - (Rolling Stone n.73 - novembre 2009)

La cosa più “indie” in assoluto che mi è capitato di vedere nelle settimane passate sono state le reazioni alla notizia che i Pavement (www.crookedrain.com) si sarebbero riformati. Fino all'altro ieri, diciamo fino alle ristampe della loro discografia in cofanetti deluxe curati dalla Matador (stanno così bene sui nostri Benno), i Pavement fluttuavano inviolati in quel firmamento di nomi che si citano sparsi nelle recensioni al solo scopo di colorare con un po' di prestigio illustri sconosciuti suonatori di chitarra. Da un momento all'altro, da quando BrooklynVegan e Pitchfork per primi avevano dato per sicura la notizia che, dopotutto, anche la band di Malkmus e soci avrebbe ceduto alla tante lusinghe che una reunion può offrire, si è scatenato un putiferio. Va bene, un putiferio abbastanza circoscritto ma non meno sintomatico. Da chi ha voltato le spalle alla propria adolescenza con un secco “non me ne potrebbe fregare di meno”, a chi si è sentito deluso perché “anche i Pavement si sono sputtanati”; da chi come il critico musicale Everett True li ha liquidati con un “they were crap by the time they split”, a chi come Chris Weingarten (Village Voice, Rolling Stone USA) all'improvviso salta fuori con la teoria per cui, avendo fatto diventare cool sembrare annoiati nei Novanta, è stata colpa dei Pavement se un'intera generazione di musicisti si è poi rovinata e persa. Per l'indie, qualunque cosa sia diventato oggi (compreso una specie di nuovo e nevrotico mainstream, come lo si intendeva all'epoca in cui i Pavement suonavano ancora assieme), potrebbe valere una rivisitazione della celebre battuta di Groucho Marx utilizzata da Woody Allen all'inizio di Io e Annie: non vorrei mai fare parte di una nicchia che accettasse me tra i suoi fan. Quasi nessuno finora ha parlato di come potrebbe essere oggi la musica dei Pavement, se faranno la figura di una cover band o se ci illumineranno con lampi di futuro come sono stati capaci di fare per una manciata di anni. Staremo a vedere (ben attenti a farci vedere a nostra volta).

giovedì 1 ottobre 2009

Indiepercui #12 - (Rolling Stone n.72 - ottobre 2009)

Sono passati dodici mesi da quando questa rubrica è nata, e solo oggi realizzo cosa le è mancato finora: un vero canto di vittoria, un peana in onore di tutti voi, di tutti quelli che si considerano hipster ascoltando canzoni tre mesi prima che siano pubblicate, e sono convinti di essere brillanti e cool perché coltivano la propria sfiga con arte (mediocre), aspettando di riconoscere gli amici nelle foto di Sartorialist. Abbiamo vinto tutti. L'indie ha vinto. Con i nostri profili aggiornati, i nostri blog, a colpi di emoticon, sagaci twittate e link a cartelle su Rapidshare. Non c'è più nient'altro intorno. Il mainstream al collasso si tiene in vita facendo proprie un'estetica e un'etica che rappresentano la sua stessa negazione. E tutta l'insensatezza in qualche modo funziona! Richard Nash (http://rnash.com) sostiene che l'indie era nato come una forma di appropriazione dei mezzi di produzione, e che gli Anni Novanta ci abbiano mostrato cosa era possibile fare. Questo decennio ha poi fornito strumenti così nuovi e aperti che la stessa dialettica un po' romantica tra indie e mainstream è divenuta obsoleta. Perciò, si potrebbe concludere, l'eterno presente in cui ora ci troviamo a vivere e ascoltare, in realtà, è solamente l'inizio di un'epoca tutta nuova e produttiva. La fine dell'indie come principio. Ah, meravigliosi ottimisti 2.0! E se invece oggi la cosa più indie rimasta da fare fosse solo quella di scegliersi un nome impossibile da cercare su Google? E di intitolare il proprio attesissimo album d'esordio semplicemente Album? L'hanno fatto i Girls, duo di freakkettoni di San Francisco parecchio in fissa con le droghe, al debutto su True Panther / Matador. Sonorità che vanno dai Beach Boys agli Spiritualized, con un'immediatezza e una felicità (anche quando si parla di abbandoni e solitudini) tali da mandare a quel paese ogni pretesa di notomizzare l'indie o chi per lui, per tenersi soltanto queste belle canzoni. Lust For Life.


[tra le rencensioni]

The Legends - Over and Over (Labrador)

I Legends, pur mutando pelle a ogni disco, sembrano per costituzione incapaci di stupire. E questo, giunti al quarto album, si può ormai affermare che non è per nulla un difetto. Johan Angergård, già a capo della Labrador e di altre riconosciute band come Acid House Kings e Club 8, vista l'aria che tira in questo 2009 stavolta decide di giocare con il rumore e la bassa fedeltà, piazzando qui e là frenetici feedback à la Jesus & Mary Chain (Seconds Away). Il risultato è piacevole ma inoffensivo perché il marchio di fabbrica dei Legends restano melodie trasparenti e voci sognanti, tanto che un paio di canzoni più morbide (Monday to Saturday, Jump) sembrano capitate qui in scaletta dagli altri suoi progetti.

martedì 1 settembre 2009

Indiepercui #11 - (Rolling Stone n.71 - settembre 2009)

Con un'ultima manciata di concerti nella loro Melbourne, il mese scorso hanno dato l'addio alle scene i Lucksmiths, una band la cui carriera ha coperto più di tre lustri e di cui per la verità non molti (almeno dalle nostre parti) si sono accorti. Recuperate, se non li conoscete, almeno i loro ultimi album, quelli dove l'irresistibile pop alla Housemartins degli esordi si fa via via più pieno, maturo e caldo negli arrangiamenti, diventando semplicemente classico. E dove si raffina sempre più la scrittura di testi di una bellezza prodigiosa, all'apparenza “piccoli” (meteorologia e affari di cuore gli argomenti principali), ma precisi quasi fossero una lettera scritta proprio a noi. Qualche volta anche ai più mediocri hipster wannabe passa la voglia di fingersi sottili e sofisticati e non resta che dichiarare il proprio amore. Se il cosiddetto indie (come “idea” o ancor peggio come “genere”) ha mai avuto qualche valore anche artistico, o addirittura morale, e non solo politico, forse lo si potrebbe andare a cercare nel modo in cui ha fatto nascere e mettere assieme iniziative un po' sconsiderate solo per questo irragionevole sentimento. La musica dei nerd e dei timidoni ha una gloriosa storia di progetti che invece esigono proprio di spettinarsi, di giocarsi la faccia. Il motivo? Forse appena fare qualcosa di bello, solo perché ti diverti e hai voglia di condividerlo. Insieme a Le Man Avec Les Lunettes e The Calorifer Is Very Hot! ci ho provato pure io. Ci siamo inventati un nome impossibile che è già un suicidio commerciale (We Were Never Being Boring collective) e facciamo una delle cose più futili oggi: aggiungere altra musica al peso del mondo. Abbiamo inaugurato con un ep in free download, poi siamo passati al vinile e il mese prossimo pubblicheremo il nuovo album dei Caloriferi. Questa può sembrare autopromozione sfacciata, ma è soltanto una dichiarazione d'amore.


[Tra le recensioni:]

Pastels/Tenniscoats - Two Sunsets (Domino)

Da tempo gli storici Pastels hanno dichiarato il loro amore per il Giappone (come svariate uscite della label Geographic, da loro curata, stanno a testimoniare). Ora si mettono in gioco firmando insieme al duo di Tokyo Tenniscoats un album bilingue che sembra sfuggire le facili categorie dell'indiepop. Alcune canzoni potrebbero far pensare ad atmosfere tra Stereolab e High Lamas, ma altrove, quando la voce di Stephen cede il passo a quella di Saya Ueno, tutto si fa più surreale, giocoso, impalpabile (anche se talvolta si ricade in una certa piattezza da cartolina). Menzione speciale per la malinconica cover di About You di Jesus & Mary Chain.